Una riflessione di Antonello Menne dopo i tre giorni di cammino da Mamone a Badu ’e Carros.

“Grazie a voi per quello che state facendo, una cosa enorme!” Ricevere questo messaggio dal sindaco di Nuoro Emiliano Fenu, il giorno dopo la conclusione dell’iniziativa che ha visto noi volontari di Bonaria camminare insieme ai detenuti di Mamone e di Badu ’e Carros, mi ha fatto riflettere e mi ha confermato che stiamo portando avanti un progetto davvero importante.
Il Cammino di Bonaria attraversa piccoli comuni e luoghi di struggente bellezza, ma passa anche accanto ai luoghi della sofferenza: la colonia penale di Mamone, il carcere di Badu ’e Carros a Nuoro e il carcere minorile di Quartucciu, alle porte di Cagliari.
Quando abbiamo progettato il cammino avevamo in mente alcuni punti fermi, vale a dire creare un percorso accessibile, inclusivo, aperto a tutti: adulti, ragazzi, sportivi e non sportivi. Per questo abbiamo studiato un itinerario equilibrato, capace di accogliere. Durante la costruzione del cammino, però, ci siamo resi conto che esistevano luoghi non direttamente attraversati dal percorso che, in qualche modo, ci chiedevano di fermarci. Erano i luoghi del patimento, quelli in cui si vive la privazione della libertà: le carceri e le comunità per persone in situazioni di disagio. Luoghi che la società considera spesso estranei, da relegare il più lontano possibile. Noi, invece, abbiamo deciso di provare ad abbattere quella barriera, entrando in relazione con queste realtà e riconoscendo il loro bisogno di ascolto e di futuro, in vista del ritorno alla vita ordinaria una volta scontata la pena.
Così siamo entrati negli istituti penitenziari per raccontare il nostro progetto. Poi siamo tornati per condividere l’esperienza concreta del cammino e le emozioni che suscita. Non è stato semplice parlare di libertà - di quella leggerezza che si prova camminando - dentro strutture blindate. Ricordo il silenzio dei primi incontri e gli sguardi dei detenuti: non riuscivo a capire se esprimessero curiosità, rabbia o nostalgia. Misuravo ogni parola per timore di ferire qualcuno. Poi ho compreso che quelle persone avevano soprattutto voglia di parlare, di costruire un ponte tra la loro esperienza e il nostro cammino. E, lentamente, quel ponte ha preso forma.
I detenuti di Badu ’e Carros hanno aderito al progetto realizzando i cartelli direzionali da collocare lungo il percorso: segni che indicano la strada ai pellegrini. Un’immagine potente: il carcere che indica una direzione, e quindi anche una possibilità di vita. Quelle frecce oggi sono presenti nella città di Nuoro, davanti al carcere di Quartucciu e in altre tappe. In questo modo Mamone, Badu ’e Carros e l’istituto minorile, hanno creato un collegamento umano e simbolico, andando oltre le restrizioni e le distanze sociali. Poi è accaduto qualcosa di straordinario: per la prima volta i detenuti di queste strutture hanno camminato insieme. Insieme tra loro e insieme a noi volontari del Cammino di Bonaria e delle altre associazioni coinvolte. Siamo partiti dalla colonia penale di Mamone e, in tre giorni, abbiamo percorso le tappe centrali del cammino fino ad arrivare a Nuoro e quindi al carcere. Uno dei momenti più intensi è stato l’ingresso in città: quei detenuti che nessuno conosce e che molti preferiscono ignorare attraversavano le strade insieme a noi, rompendo l’idea che il carcere debba soltanto isolare e cancellare le persone.
Il Cammino di Bonaria ha cercato di proporre uno sguardo diverso. Nel rispetto delle regole dello Stato di diritto e dello spirito della Costituzione, che assegna alla pena anche una funzione rieducativa, il Cammino, insieme ad altre associazioni di volontariato, ha aperto uno spazio di speranza. Non soltanto per chi vive il carcere, ma anche per chi sta fuori, chiamato a riflettere sul fatto che ogni persona può sbagliare e che nessuno dovrebbe essere ridotto al proprio errore. Abbiamo voluto testimoniare che chi si trova in carcere non è un “avanzo di galera”, ma rimane una persona, anche quando ha commesso reati gravi.
Camminare insieme ha significato anche riaffermare il valore delle regole, dentro e fuori dal carcere. Per crescere e arrivare alla meta bisogna averle sempre presenti. La prima regola è il rispetto delle persone che camminano accanto a noi, dei luoghi che attraversiamo e di chi ci accoglie. La regola che diventa valore. Il valore dell’accoglienza fondata sul rispetto.
Questa è la grande scommessa del Cammino di Bonaria, ma anche la più grande lezione che noi volontari abbiamo ricevuto dai detenuti di Mamone, di Badu ’e Carros e dai ragazzi di Quartucciu: se si crede in un percorso, il cambiamento è sempre possibile.
Antonello Menne – Presidente Associazione Il Cammino di Bonaria