
Avevo dodici anni quando scoprii il profumo del ginepro. Mio padre, come tante famiglie dell’epoca, desiderava comprare casa in Sardegna e, da allora, per quasi cinquant’anni non ho più smesso di meravigliarmi per questo intenso e particolare odore che caratterizza l’isola. Cinquanta anni pieni di meraviglie, scoperte, emozioni ed esperienze che l’isola mi ha donato. Eppure, sapevo di non conoscerla ancora del tutto. Quando lessi, un anno fa, di un cammino che era stato aperto, da Olbia a Cagliari, qualcosa ha bussato alla mia porta, come avvenne per il Cammino di Santiago (qualcuno dice che è l’Apostolo a chiamarti per partire verso la sua tomba). A me è anche capitato per il Cammino di Bonaria. Ho scoperto una terra che prima percepivo soltanto, malgrado i miei 50 anni di frequentazione; era come aver gioito del profumo del mirto e non averne ancora assaggiato il frutto. Più di tutto, mi hanno sorpreso le persone che ho incontrato. Esse appartengono a questa antica e dolce terra attraverso una particolare simbiosi che le lega ad essa. La sorpresa non è soltanto la profonda ospitalità che esse provano verso il viandante; essa lega tutti coloro che vivono dove la Natura, ancora, riesce a scandire i suoi ritmi, dove la città è lontana e la condivisione è ancora necessità, non semplice calcolo economico. L’avevo già vissuta su altri cammini, quelli meno battuti: in Lazio, in Umbria, in Aragona e sulle mie montagne. La sorpresa, che si trasforma in meraviglia, è la presenza costante e discreta, il desiderio di compartecipare e condividere la nostra avventura, le nostre gioie e le nostre sofferenze. Di tutto ciò ho scattato delle fotografie che non sono archiviate nello smartphone; sono fotogrammi, momenti, che fissano sorrisi e carciofi sott’olio, una birra offerta ed un passaggio in macchina perché avevamo sbagliato strada, le nespole portate in cima alla salita più difficile ed il conforto di un guardiaparco in cima al Grighine, la sveglia troppo presto per un’hospitalera ed una cena in famiglia, il conforto in un bar dopo un violento temporale e le parole di un parroco, l’attesa per i messaggi di un “misterioso” angelo custode e la pecora bollita offerta ad una sagra, una lavatrice fatta per noi, i messaggi spediti giorni dopo il nostro passaggio per chiedere “come state?” ed il piacere di conversare insieme sui destini di un territorio. Questi fotogrammi li ho messi dentro il mio zaino che non si è appesantito per loro anzi, è diventato più leggero. E sono arrivati con me davanti la Madonna di Bonaria. La Sardegna è bellissima, una terra antica, lo si scopre in cima al Gonare, a Barumini ed a Fordongianus, nei boschi della Barbagia, guardando la Giara ma anche nelle distese assolate della Trexenta e del Campidano. Cambia sorprendentemente, tra nord e sud; non è mai la stessa: il granito della Gallura lascia spazio al basalto della Barbagia e poi il verde delle pianure centrali che si trasformano in campi di grano del Campidano. Eppure mantiene un carattere comune: quello della terra antica e sapiente che si riverbera sui suoi abitanti, che sanno aspettare e ascoltare. Da oggi le bacche del mio mirto, quello che ha messo radice nel cuore e che ho finalmente assaporato, hanno tutte un nome: si chiamano Salvatore, Immacolata, Lia, Giuseppina, Chiara, Mariangela ed i ragazzi del bar di Lula e Mogorella, don Fabio, Giovanni, Alessandra, Paola, Laura e Tore, Salfranco, Giovanna, Fiorella ed Ottavio, Anna, don Gianmarco ed Eleonora. Salude e Trigu Sardegna
Patrizio Abrate - Torino