Maria Luisa Garatti: ho raccontato la mia sclerosi multipla lungo il cammino

Il Cammino di Bonaria, per me, non è stato semplicemente un percorso da compiere. È stato un modo diverso di attraversare la Sardegna, di conoscerne il territorio e, soprattutto, di incontrarne le persone.
L’ho vissuto come persona con disabilità, come atleta, come Presidente dell’ASD Se Vuoi Puoi e anche come avvocata. Ruoli diversi che, lungo il Cammino, si sono continuamente intrecciati.
Ciò che porterò con me è innanzitutto l’accoglienza della Sardegna. In ogni tappa abbiamo incontrato volontari, associazioni, amministrazioni e persone capaci di farci sentire accolti davvero. Non un’ospitalità di circostanza, ma una disponibilità concreta, fatta di attenzione, generosità e umanità. Quando si affrontano tanti chilometri, la fatica esiste e si sente, ma sapere che qualcuno ti aspetta, ti accoglie e condivide anche solo un pezzo della tua strada cambia completamente il significato del viaggio.
Il nostro progetto aveva anche un obiettivo preciso: parlare di disabilità attraverso le persone e non soltanto attraverso le parole. Abbiamo percorso la Sardegna insieme, persone con disabilità differenti, volontari e accompagnatori, dimostrando ogni giorno che inclusione significa soprattutto creare le condizioni perché ciascuno possa esserci, partecipare e contribuire secondo le proprie possibilità.
Per me questo ha avuto un significato ancora più personale. Da anni cerco di raccontare la mia sclerosi multipla e di rendere visibile ciò che spesso rimane invisibile. Sul Cammino l’ho fatto semplicemente camminando, pedalando, incontrando le persone e raccontandomi.
C’è però una tappa che ha assunto per me un valore particolare: il passaggio all’interno dell’Istituto penale per i minorenni di Quartucciu.
Il fatto che il Cammino di Bonaria abbia scelto di lasciare una propria pietra anche dentro un carcere minorile è un’immagine che considero profondamente significativa.
Da avvocata, entrando in quel luogo, non potevo non guardarlo anche con gli occhi della mia professione. Ma ero lì contemporaneamente come camminatrice. Ed è proprio l’incontro tra queste due prospettive che mi ha colpita.
Un cammino è movimento. Significa partire da un punto, attraversare difficoltà, fermarsi quando serve e poi riprendere la strada. Significa soprattutto poter immaginare una meta.
Portare simbolicamente il Cammino dentro un luogo nel quale dei ragazzi stanno attraversando una parte difficile della propria vita significa ricordare che anche da lì deve poter esistere una strada verso un futuro diverso.
La pena, soprattutto quando riguarda un minore, non può essere soltanto separazione e punizione. Deve conservare quella funzione rieducativa che la nostra Costituzione le assegna e deve offrire una possibilità concreta di cambiamento, responsabilizzazione e reinserimento.
Per questo quella pietra, per me, non rappresenta soltanto una tappa del Cammino. Rappresenta una possibilità.
Forse è proprio questo ciò che mi ha lasciato il Cammino di Bonaria: la consapevolezza che ognuno percorre la propria strada portando con sé fragilità, limiti e storie differenti, ma nessuno dovrebbe essere definito soltanto dal proprio limite, dalla propria disabilità o dal proprio errore.
Camminare insieme significa riconoscersi come persone.
Sono arrivata a Bonaria dopo centinaia di chilometri percorsi tra bicicletta e cammino, con la fatica, il caldo, le difficoltà e tutto ciò che un’esperienza così intensa inevitabilmente porta con sé. Ma sono arrivata soprattutto con molti incontri e molte storie in più.
E sono queste, più dei chilometri, che restano.
Grazie al Cammino di Bonaria, ai volontari e a tutte le persone che ci hanno aperto una porta, offerto un sorriso, aspettato lungo la strada e accompagnato, anche soltanto per pochi passi, verso Cagliari.
Perché un Cammino può avere una meta. Ma il suo significato vero, almeno per me, rimane nelle persone incontrate lungo la strada.

Maria Luisa Garatti
Presidente ASD Se Vuoi Puoi
Avvocata e atleta paralimpica